La leggenda nasce da un fatto di cronaca realmente accaduto in cui Giorgio Orsolano, macellaio di San Giorgio, fu condannato a morte dopo aver fatto salumi con carne umana. La racconti dicono che: «Quando gli fecero l’autopsia gli trovarono il cuore avvolto nel pelo: era il diavolo!»

Guercio, ubriaco ed ex galeotto; ecco come viene descritto in una delle tante interviste il protagonista di questa leggenda. Un uomo il quale, secondo la storia, avrebbe fatto sparire delle giovani donne per farne dei salumi. Questa brutta vicenda, diventata un racconto popolare, non sarebbe inventata di sana pianta, bensì si sarebbe ispirata a dei delitti realmente avvenuti nel marzo del 1835 e passati alla cronaca come la “iena di San Giorgio“.
A processo ci finì un uomo di San Giorgio che di professione faceva il macellaio. Secondo la sentenza, l’uomo avrebbe ammazzato le sue vittime triturandole per farci dei salumi. Esiste un nome e un cognome del folle omicida, ma non tutti nominano il suo nome. Chi racconta le storie, preferisce chiamarlo con l’epiteto di: la “iena di San Giorgio“.
La leggenda: dita, unghie e nasi dentro i salumi
Com’è normale, più la leggenda si racconta, più emergono i particolari. Come tutte le storie, però, i particolari si arricchiscono di una perversa morbosità, il più delle volte fantasiosa. Sta di fatto che chi aveva vissuto in quell’epoca non c’è più. Le persone che incontriamo ci raccontano ciò che i loro nonni gli avevano raccontato parecchi anni prima, riguardo a quella brutta vicenda. Una storia talmente orribile che tuttora negli occhi di alcune persone si nota l’angoscia e si percepisce che non è solo una leggenda. La leggenda, più si racconta e più emergono particolari inquietanti
Sentiamo il racconto di un signore sulla sessantina, il quale ci dice che i suoi trisnonni avevano trovato un dito femminile all’interno di un cotechino. Altri ci dicono di aver sentito dire che dei frati ci trovarono delle unghie e, altri ancora, di aver sentito dire che una famiglia benestante in un prosciutto ci trovò addirittura il naso di una ragazza scomparsa. Dalla pesante condanna che subì il macellaio di San Giorgio, capiamo che qualcosa di vero è accaduto. Nessuno però ci fa un nome, come se non volessero evocare il diavolo e così lo chiamano semplicemente “iena”!
Il processo

Il truce racconto, seppur arricchito di terribili particolari, si è ispirato a un fatto realmente accaduto. Gli atti giudiziari ci portano al lontano 1835, anno in cui, secondo il giudizio dei giudici, un tale di nome Giorgio Orsolani, di professione macellaio, fu reputato colpevole della sparizione di alcune ragazze. Secondo l’accusa, le giovani donne sarebbero state impastate con carne di maiale per farne dei salumi.
Giorgio Orsolani fu condannato a morte con la spaventosa accusa di cannibalismo e di omicidio plurimo, oltre al rapimento delle ragazze. Secondo le ricostruzioni dei fatti, il macellaio di San Giorgio le avrebbe prima adescate con la scusa di dar loro dei pezzi di carne, poi le avrebbe stordite e rinchiuse in un cassone per lasciarle morire asfissiate. Infine, dopo averle sezionate accuratamente, avrebbe mescolato la carne umana con quella del maiale e ci avrebbe insaccato dei salumi. Stando ai racconti, si dice addirittura che ne avesse fatto dei pezzi di bollito misto.
Era il diavolo, non un uomo
In quell’epoca, la fede cristiana era ancora abbastanza forte, per cui un assassino simile non era umano ma in lui c’era il demonio. Dal racconto di una signora anziana si capisce quanto le persone per bene di San Giorgio volessero prendere le distanze dalla “iena”. Così la donna ci racconta che quando fecero l’autopsia al macellaio (non si capisce perché, visto che morì impiccato) videro che il suo cuore era avvolto in una fitta peluria nera. Da quella “prova”, si appurò che l’uomo in realtà fosse il diavolo.
Alcuni anni dopo il tragico evento di cronaca, la popolazione di San Giorgio ebbe la triste nomea di «mangiacristiani» — nome che fortunatamente si perse alla fine del ‘900. Questa storia tuttavia non è ricordata solo dalla popolazione locale, ma trova riscontro nell’archivio di Stato di Roma, dove è custodita la sentenza di morte emessa nel 1835. Mentre al Museo di Antropologia Criminale di Torino, Cesare Lombroso, è custodito il calco della testa decapitata del macellaio dopo l’impiccagione, per studiarne il comportamento criminale, basato sul concetto del criminale per nascita.



